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Space-Dye Vest27 Juli ROCKING FIELD FESTIVAL 2008INTRO (scritta venerdì 25 luglio 2008)
“Ciao Davide, visto che riesci a scaricare con facilità da Audiogalaxy volevo chiederti un favore. Ti lascio una lista di mp3, prova a vedere se trovi qualcosa. Tieni presente che gli Avantasia sono i primi che vorrei. Ciao. Max” (fine maggio 2001). Non sono le parole esatte scrittemi dal mio amico Max in quell’occasione, il succo dell’e-mail però era quello. Io, diciassettenne sprovveduto, gli diedi volentieri una mano a scaricare i pezzi da internet tra cui questi misteriosi Avantasia; da profrano alle prime armi con la musica metal, non sapevo nulla di questa band. Ecco che un giovedì sera al Dynamite, Max mi porta il cd e me lo fa ascoltare. Resto senza parole: Avantasia era una Metal Opera creata da Tobias Sammet. Le melodie e le voci dei vari cantanti mi rapiscono al punto tale da andare subito ad acquistare il cd originale. Acquisto travagliato dato che al Mariposa lo avevano esaurito e riuscirò a trovarlo solo un caldo sabato di agosto in compagnia del mio amico Tac (in quell’occasione comprai anche Visions degli Stratovarius). Passa una anno e, come prevedibile, esce il secondo capitolo del progetto Avantasia. Forse meno bello del precedente visto che l’effetto sorpresa era andato scemando, ma cmq molto valido. Io ed Ivan (all’epoca eravamo amici da pochissimo) rimaniamo rapiti dalla bellezza di “The Seven Angels” e dal bellissimo testo di “Anywhere”. Purtroppo, come spesso accade, le cose belle hanno una fine e con il secondo capitolo la storia di Avantasia era giunta al termine. Passano gli anni, ma la loro musica continua a darmi le stesse emozioni che mi diede in passato. Estate 2007. Tornato a casa da poco dall’indeminticabile (in tutti i sensi) vacanza a Marina Di Grosseto, mi imbatto in una news che mi lascia allibito: a gennaio 2008 uscirà il terzo disco degli Avantasia! Subito mando un sms ad Ivan incredulo: sono rinati! Ma le belle notizie non finiscono qui: saranno addirittura headliner al prestigioso Wacken Open Air. Nel mese di dicembre ho l’occasione di intervistare Tobias (sempre col mio amico Ivan) ed egli mi da ben poche speranze di vedere il suo side-project in Italia. Poco male dico tra me, mi godrò il concerto su dvd. Credevo fosse così e invece no: a febbraio la Barley Arts annuncia la nascita di un nuovo festival metal in Italia ad Adro con headliner proprio loro… AVANTASIA. Adro dov’è? Adrò cos’è? Sono domande che non mi toccano minimamente, la prima cosa che voglio fare è prendere il cellulare e avvisare Ivan che mi risponde gioioso come non mai. Il 26 luglio sarà una data magica! Data che verrà spostata all’Idroscalo di Milano: da Adro all’Idro, come una sola vocale possa fare la differenza. La location è fantastica e per me ricca di ricordi, quindi un punto in più a mio favore. Nei mesi che ci separano al festival riesco a fare appassionare anche Marco alla loro musica quindi saremo in quattro a goderci questo immenso spettacolo: io, i Filannino bros e Marco. Nel mese di maggio ripassiamo i brani al tributo organizzato dagli italiani Fading Illusion (www.fadingillusion.com) e già l’emozione sale a mille. Cantare “Avantasia”, “Anywhere”, “Another Angel Down” e “The Seven Angels” con tutta la forza che si ha dentro è un qualcosa di davvero indescrivibile! Siamo pronti! No… purtroppo no. Ad una settimana esatta succede una cosa terribile: a Marco bucano le gomme dell’auto fuori dal Blue Rose di Bresso. Un incidente che poteva capitare a chiunque, ma che costerà al mio carissimo amico la partecipazione al Rocking Field Festival. So già che quando suoneranno The Scarecrow un po’ di tristezza mi avvolgerà pensando a lui al cinema, invece che averlo li insieme a me a saltare e a cantare un brano che potrebbe essere stato scritto per noi (I’m just a loser in the game of love, I’m just a stray boy in the shade, And how I wish to know what love is like, To find someone to contemplate). Due giorni prima altra mazzata: pure Nicole mi da forfait e mi vende il suo biglietto. Ho cercato in tutti i modi di convincerla, addirittura una volta datole i 46 euro del biglietto le ho proposto di riprenderlo tenendosi i soldi ma nemmeno questo è riuscito a smuoverla. Alla fine saremo solo io e i fratelli Ivan e Marco. Pronti per una delle giornate più belle della nostra vita!
26 LUGLIO 2008 Esco di casa alle 12:45, la strada è veloce e scorrevole ed eccomi a parcheggiare la mia auto verso le 13:15. Appena entro all’Idroscalo i ricordi mi assalgono: solo un anno fa in quella location sono salito sul tour bus dei miei idoli Dream Theater per intervistare Jordan Rudess. Quest’anno non ha piovuto nei giorni precedenti al festival quindi, per fortuna, niente fango! Il tempo è perfetto per un concerto all’aperto; il sole è ancora dietro al palco quindi si può stare tra le prime file all’ombra, però il caldo è davvero asfissiante. Conta poco comunque, l’unica cosa rilevante è che ho davanti a me 11 ore di metal; se ci fosse stata Annalisa mi avrebbe detto di fare attenzione alla ruggine con tutto quel metallo J. Faccio una passeggiata agli stand e vedo un tizio in lontananza che mi saluta: è Filippo allo stand di Metal Hammer! Passo i venti minuti che mi separano dal primo concerto scambiando quattro chiacchiere con lui tra aneddoti vari tipo il racconto suo di quando ha beccato Steve Harris nei bagni del Gods Of Metal. Il tempo vola e sono già le 13:40: il Rocking Field Festival ha inizio! Saluto Filippo e mi fiondo sotto al palco ad assistere alla performance dei comaschi Clairvoyants. Un dubbio mi assale prima del loro concerto: Federico me ne ha dette di tutti i colori in negativo su di loro, Nicole me li ha esaltati a non finire. Chi avrà mai ragione? I Clairvoyants fanno bene il loro mestiere e nei 20 minuti a disposizione propongono quattro canzoni che andranno sul loro primo disco in uscita ad ottobre. Anche se tecnicamente bravi e coinvolgenti, i loro brani non mi hanno lasciato il segno più di tanto però il pubblico ha dimostrato di gradire la loro proposta. Inoltre ero convinto di sentirmi almeno un pezzo degli Iron, dopotutto sono la cover band più famosa d’Italia e invece solo pezzi propri. Insomma, alla resa dei conti, chi ha ragione tra Fede e Niky? Nessuno dei due: non sono così terribili, ma neanche un gruppone così esaltante. Dopo i comaschi è il turno degli White Skull. In tutta onestà, non mi aspettavo molto da loro avendoli persi di vista da circa quattro anni quando li vidi come opening act dei Grave Digger (in precedenza li avevo visti nel 2002 ad un festival italiano al Rainbow con Labyrinth e Domine). Le mie perplessità sono svanite subito dopo l’attacco di After The Battle: il gruppo era in formissima, Elisa mi ha ricordato la miglior Doro Pesch, Danilo è un ottimo chitarrista, ma soprattutto la musica proposta è quel power metal doppia cassa a manetta che piace tanto a me! Anche qui il tempo è poco quindi via di gran classici: “The Roman Empire” (le mie corde vocali iniziano a farsi sentire con gli oh oh oh del ritornello), “The Dark Age” e l’immancabile “Asgard” conosciuta da gran parte dei presenti e cantata in coro con il pubblico. Alla fine del concerto arrivano i miei due amici Ivan e Marco con cui resterò insieme fino alla fine del festival. Era mia idea andare a sedermi durante la performance di Eluveitie e Biomechanical. Vengo però convinto a restare sotto il palco almeno per la band svizzera e la cosa non mi dispiace visto che la loro proposta musicale mi incuriosisce. Oltre ai classici strumenti utlizzati nella musica metal (due chitarre, un basso, batteria e voce) ci sono due ragazze che accompagnano la band al violino e con i flauti (a dir la verità sembravano due montanare venute giù dalla Svizzera e capitate lì per caso). Il cantante si cimenta anche lui all’uso del flauto ed ecco che si parte con l’unico brano da me e Ivan conosciuto: “Inis Mona”. Qui succede l’inredibile: trascinato dalla musica mi metto a cantare in growl il ritornello della canzone! Il primo brano l’ho ascoltato, il secondo iniziava ad annoiarmi, sul terzo l’effetto novità era svanito quindi chiedo ad Ivan se ha voglia di farsi un giro sotto il tendone dell’area cibo per prendere qualcosa da bere. Ivan ci sta così ci avviamo verso il bar lasciando Marco esaltato sotto il palco per la fine del concerto del gruppo svizzero. Davanti ad una bottiglia di acqua ghiacciata (1,5 euro a proposito) che farò fuori in un minuto, iniziamo ad ingannare il tempo parlando del Milan e della situazione tutt’altro che esaltante della nostra squadra del cuore quando vedo arrivare sotto il tendone Emanuele visibilmente provato. Mi confessa di essere stanco morto a causa di lavori che sta facendo in casa; dopo una breve conversazione lo saluto e vengo raggiunto anche da Marco. Tutti e tre saltiamo a piedi pari la performance dei Biomechanical, gruppo inglese dedito ad un progressive death metal che non mi attira minimamente. Dall’area food sento acuti alternati a growl senza capo ne coda, susseguiti da veloci assoli di chitarra. Mah! Tanto fumo e niente arrosto, dimostrato anche dalle pochissime persone presenti sotto al palco. Il cantante infatti dirà di essere di fronte a “the loudest smallest crowd in the world” dimostrando almeno simpatia e rispetto verso quei pochi cha hanno assistito alla loro performance. Il tempo del riposo per il sottoscritto è finito: alle 16:10 è il turno dei progster inglesi Threshold. Mi incammino con Ivan alla volta dello stage, mentre Marco passeggia per l’Idroscalo. Adoro la musica proposta da Karl Groom e compagni, però temevo di assistere ad una performance svogliata come quella presente sul loro unico DVD live “Critical Energy”. Così non è stato: il rientrato cantante Damian Wilson dispensa sorrisi e incitamenti alla folla, Steve Anderson lo segue al basso, il nuovo chitarrista Pete Morten continua a far battere le mani al pubblico. Solo Karl Groom e Richard West mi sono parsi leggermente distaccati. Menzione d’onore invece per l’assatanato batterista di colore Johanne James che, tra boccacce e sguardi persi nel vuoto, regala una performance ritmica di prim’ordine. La scaletta ha incluso solo sei canzoni, ma con 45 minuti a disposizione non si poteva fare di più. Largo all’aggressiva Slipstream, alla sognante Pilot In The Sky Of Dreams, alla lunga Part Of The Chaos e, soprattutto, alla mia preferita Light And Space. Dopo Mission Profile la band ci saluta ponendo fine alla prima calata italica del combo d’oltremanica. Ci raggiunge Marco che si dimostra soddisfatto e anche Ivan ha detto di aver apprezzato il concerto nonostante non siano proprio le sue sonorità preferite. Bravi Threshold! Dopo la performance faccio un salto a salutare Andrea e futura consorte spaparanzati sotto ad un albero a riposarsi in attesa delle prossime esibizioni. Ora è il momento degli italiani Vision Divine che ripresentano per l’occasione Fabio Lione dietro al microfono. Nonostante siano spesso a Milano, ho avuto occasione di vederli sono una volta nel 2002 ad un festival metal italiano organizzato al PalaSharp; rimarrò sempre col rammarico di non averli mai visti on stage con Michele Luppi che, a mio avviso, è il miglior cantante in circolazione sul suolo italico. Pronti, via e i brividi mi raggiungono: si parte con Secret Of Life seguita da Colours Of My World, entrambe tratte dal mio disco preferito del gruppo. Dopo l’esaltazione iniziale è con la successiva Vision Divine che arrivano i problemi: la band proprio non c’è e si rende autrice di fuori tempo spaventosi, nonché di una performance sottotono sotto ogni aspetto. La scelta della scaletta non aiuta quindi il principale pensiero è rivolto al cielo e ai nuovloni neri sopra di noi che iniziano a far cadere dei goccioloni belli grossi sui fans presenti sotto al palco. Lione annuncia l’ulitmo pezzo (Send Me An Angel) e scoppia il diluvio universale. Assistiamo all’ultima canzone e corriamo subito a ripararci sotto al tendone della zona ristoro. Mentre ci incamminiamo notiamo che la pioggia è davvero copiosa e il cielo totalmente coperto. Sotto al tendone inizio a fare ragionamenti assurdi in preda al panico più totale: dico tra me che gli Helloween li ho già visti cinque volte quindi anche se dovessi perderli non mi dispererei. Ma gli Avantasia? O stasera o mai più! Il 26 luglio rischiava di trasformarsi nella giornata più tragica della mia vita. Mi manda un sms mia mamma che mi dice che a Brugherio il tempo è coperto ma non piove! Questa è sfiga allo stato puro! Mentre metto il cellulare in tasca Marco mi chiama e mi fa “guarda, c’è il cantante dei Threshold”. Non credo ai miei occhi, mi fiondo da lui e gli chiedo “Damian, can I take a picture with you?”. Lui sorridente e disponibilissimo mi dice “Of course you can! What a question!”. Attimo di commozione, una rockstar disponibilissima e gentilissima; sfigati che ascoltate la musica che passa su MTV, provate a chiedere una foto ad un vostro idolo e vediamo se vi sorride o se vi sbatte la porta in faccia! Mi dimentico per un attimo della pioggia, la foto con Damian ha cancellato tutto J Sono quasi le 18:35, l’ora in cui dovrebbero iniziare gli Epica… io ed Ivan decidiamo di mangiarci un panino, Marco sfida il diluvio universale e si fionda sotto al palco. Nel bel mezzo del rifocillamento noto davanti a me i Fading Illusion al gran completo: saluto Alessandro ed Andrea e gli altri ragazzi che intanto sono presi con la distribuzione dei volantini con il logo della loro band. Alessandro svolge il suo lavoro in maniera egregia, gli altri passano il tempo a guardarsi in faccia indecisi sul da farsi J Ad un certo punto Bryan parla da solo guardando me e fa: “dai, a lui lascio il volantino che ha la maglietta degli Edguy”. Lo guardo incredulo e gli faccio: “a me che vi ho visti anche a Cazzago San Martino lasci il volantino”. Momento di ilarità con Manlio a prenderlo bonariamente in giro J. I ragazzi li perdo di vista, ma becco Luca! Mi sembrava impossibile che un power metallaro come lui mancasse ad un evento storico come questo. Passiamo una mezzoretta insieme al nostro amico professore e veniamo raggiunti da Marco bagnato fradicio ma soddisfatto per il concerto degli Epica a cui ha assistito. Nel frattempo la pioggia ha smesso di torturarci, salutiamo Luca e usciamo dal tendone per fare tappa ai bagni prima di buttarci sotto lo stege. Incontriamo il cantante degli Eluveitie e facciamo una foto con lui. Finalmente sotto al palco di nuovo! Il cielo sembra essersi aperto, incrociando le dita il pericolo pioggia è scongiurato. Con dieci minuti di ritardo ecco salire sul palco i tedesci Helloween. Ricapitoliamo brevemente le performance delle zucche di Amburgo a cui ho avuto la fortuna di assistere. 1) The Dark Ride Tour nel 2001 con Blaze di supporto 2) Rabbits On Tour nel 2003 con i Rage come special guest 3) The Legacy Tour nel 2006 con gli Axxis ad aprire le danze 4) Gods Of Metal 2006 5) Hellish Tour 2007 con Gamma Ray ed Axxis Quindi era la mia sesta volta con gli Helloween! Direi che l’occasione è buona per fare un commento veloce su ogni brano proposto dal gruppo. Dopo l’intro Crack The Riddle sbucano fuori Dani alla batteria e I chitarristi Sascha e Michael al suo fianco e si da il via all’arpeggio di Halloween. L’epico brano di 15 minuti scalda tutti i presenti anche grazie alla performance maiuscola della band. March Of Time: l’inno power metal composto da Kai Hansen. Tento di cantarlo ma è impossibile raggiungere note così alte. Ivan filma me e Marco in estasi durante il ritornello. As Long As I Fall: un mid-tempo che ci sta alla grande dopo le mazzate iniziali. Il ritornello allegro e scanzonato lo si canta volentieri. A Tale That Wasn’t Right: una delle ballate più belle della storia del metal. Punto! Non accetto altri pareri a riguardo! Sarà stata la performance stellare di Andi alla voce, sarà stata l’atmosfera magica, sarà stato il bellissimo solo di chitarra di Michael ma io… mi sono commosso talmente tanto al punto di piangere. Eagle Fly Free: uno dei tanti brani della mia adolescenza… se non c’era questo pezzo non avrei scoperto il power metal tedesco, e se non avessi scoperto la musica più bella al mondo non sarei quello che sono ora. Un brano che ha tutto: linee vocali da urlo, assoli di chitarra all’unisono, assolo di basso, assolo di batteria, un tiro micidiale. Un brano che non invecchierà mai. If I Could Fly: stesso discorso per As Long As I Fall. Ci si calma una attimo dopo una doppietta da urlo Dr Stein: Andi chiede “Stiamo tutti bene? Perché se così non fosse dobbiamo chiamare il dottore”. Io dico ad Ivan “fanno Mr. Torture”. Ivan mi guarda allibito… da quel momento saranno Dr. Torture e Mr. Stein i pezzi degli Helloween J Ovviamente, a parte la mia gaffe, appena parte il pezzo tutti i fans saltano, ballano, battono le mani e cantano questo storico brano. È ora il momento del medley finale: I Can Where The Rain Grows: per l’amor del cielo, dico tra me! Non voglio sapere dove cresce la pioggia! Ne ho avuta fin troppa! Helloween, non menate sfiga pure voi! Da adesso in poi mi godo di meno il concerto a causa di una sgradita invasione di un folto gruppo di zanzare che disturbano il prosieguo della serata (fortunatamente durante gli Avantasia sono andate sparendo). Perfect Gentleman: al termine del brano Andi Dersi introduce tutti i suoi compagni di viaggio. Per chi non li conoscesse: Dani Loble alla batteria, Michael Weikath alla chitarra, Sascha Gerstner anch’egli alla chitarra, Markus Grosskopf al basso e, appunto, Andi Deris alla voce. Power: canzone stellare! Keeper Of The Seven Keys: degna conclusione per un concerto da urlo. Mancano solo i bis… e che bis! Future World I Want Out Bagno di folla per I simpatici tedeschi, io dopo di loro vado a prendermi una bottiglia d’acqua perché so che non riuscirei a reggere fino a mezzanotte senza bere. Marco si butta tra le prime file, Ivan mi accompagna al bar. Mentre ci incamminiamo la tensione sale: sono sette anni che aspettavamo questo momento e tra mezz’ora e gli Avantasia non saranno più solo un sogno. Giusto il tempo di sedermi un paio di minuti e poi di nuovo sotto al palco. 26 luglio 2008 ore 22:18: il sogno diventa realtà! Intro: luci di vario colore fanno da intro allo show, ogni tanto parte il riff di Twisted Mind per poi bloccarsi e dare spazio di nuovo alle luci. Ecco che appare Felix alla batteria, subito dopo le due coriste (tra cui Amanda Somerville), alla sinistra Sascha e Robert e a destra Oliver e Miro… il riff preregistrato risuona nuovamente all’Idroscalo… Felix dirige la band che inizia lo show con Twisted Mind: dalla passerela centrale sbuca fuori Tobias Sammet e l’emozione raggiunge livelli indescrivibili! Tutti cantano il ritornello, chi ha la forza dopo la giornata massacrante segue la band anche durante le strofe. Io ancora non realizzo quello a cui sto assistendo: ho davanti a me gli Avantasia! The Scarecrow: chiamo Marco e gli faccio sentire questo capolavoro. Alla fine del primo ritornello appare Jorn Lande a duettare con Tobias accolto calorosamente dal pubblico. La parte centrale viene sostituita da un convincente assolo di Sascha il quale, a causa di problemi con la sua chitarra, deve correre dal tecnico a farsela sostituire. Il gruppo non si fa cogliere impreparato, infatti Oliver improvviserà lui un breve assolo prima del ritorno del chitarrista cappellone. È tempo dei saluti: Tobias dice “Jorn I think the guys are really having a ball”. Suggerimento mai più facile: “Let’s rock the ball!” Another Angel Down: Devastante su disco ancora di più dal vivo! Jorn Lande è un animale da palco tanto quanto Tobias, la canzone è trascinante anche per il pubblico che dimostra di gradire. Prelude: durante l’intro la band lascia il palco per poi fare ritorno sul finire del pezzo preregistrato. Tobias Sammet entra insieme ad Andrè Matos, i due si mettono uno di spalle all’altro e via con Reach Out For The Light: Andrè fa la parte di Michael Kiske senza sfigurare (e ci mancherebbe), Tobi è perfetto. La mia voce è quasi arrivata al capolinea. Durante l’intermezzo tastieristico, Matos entra sul palco con la bandiera italiana. The Story Ain’t Over: uno dei momenti più emozionanti. Vedere Bob Catley dal vivo è stato fantastico, questo arzillo sessant’enne ha dato lezioni di canto e di carisma a tutti i presenti. Il ritornello coinvolge il pubblico giunto al Rocking Field. Durante la seconda strofa Tobi si inginocchia davanti a Bob come per rendere omaggio ad una delle voci più belle del rock. Prima del prossimo pezzo c’è tempo per un breve discorso di Tobi dove ci fa sapere che i promoter lo hanno avvertito di aver venduto solo 1875 biglietti per questa data italiana e la sua risposta è stata “non importa, veniamo in Italia e faremo il nostro show completo per questi fans anche se siamo soliti avere 15000 persone davanti”. Shelter From The Rain Ancora Matos al posto di Kiske. Al termine Tobias ricorda ancora ai suoi fans che lui di ciò che dice la stampa se ne sbatte altamente quindi suonerà un brano definito dai giornalisti come una canzone pop. Lost In Space: la stampa può ammazzarsi! Lost In Space dal vivo spacca. I Don’t Believe In Your Love: in assoluto la canzone che mi piace di meno anche se in sede live ha avuto un bel tiro. Oliver si cimenta al microfono. Avantasia: eseguita solamente da Tobias con un assolo di tastiera al posto della chitarra. Serpents In Paradise: Jorn Lande prende il posto di David DeFeis ed è autore di un bellissimo duetto con Tobi. Promised Land: ancora Tobi e Jorn a farla da padrone. Il concerto finisce qui prima dei bis finali. The Toy Master: eseguita magistralmente nonostante l’assenza di Alice Cooper, Tobias non sfigura affatto. Farewell: emozionante e toccante all’inverosimile. Ivan mi confessa di stare per mettersi a piangere, io ho perso il conto delle volte che l’ho fatto. Sign Of The Cross: prima dell’ultimo pezzo, Tobias presenta tutto il gruppo al gran completo compresi I cantanti coinvolti nella serata. Alla fine del secondo ritornello un momento indimenticabile: sono tutti a bordo del palco… guardo Ivan e gli dico: “sei pronto?”. Parte un riff famigliare e via al gran finale! We are the seven Judgment of heaven Why don’t we know We are the angels It’s revelation Soul castigation Fire will burn us away Il ritornello di The Seven Angels viene ripetuto quattro volte, noi saltiamo e cantiamo grazie alle ultime energie rimaste. Purtroppo la performance finisce qui, non prima però di essersi presi il meritevole bagno di folla. 00:10, minuto più minuto meno, il Rocking Field Festival finisce. Pensavo sarebbe stata una giornata bellissima, ma non così tanto! Ancora un ringraziamento infinito ad Ivan e Marco per avermi fatto compagnia e per aver condiviso con me la passione per la musica più bella che un essere umano sia mai stato in grado di comporre: questa musica la chiamano HEAVY METAL. E un abbraccio infinito all’altro mio amico Marco che non ha potuto essere lì insieme a noi! A risentirci per il prossimo festival: 6 settembre 2008: ROCKIN’ TOWN a Carugate (MI) con Folkstone, Flesh & Blood (tributo ai Poison) e Tyrant. 09 Juni Gods Of Metal 2007Il Gods Of Metal non è solamente un evento musicale. Il Gods Of Metal è un qualcosa di unico e di indescrivibile; un happening di metallari provenienti da tutto il mondo uniti per un giorno sotto il segno della musica da loro più amata per dodici e passa ore di puro divertimento. Domenica 3 giugno abbiamo assistito ad una giornata paurosamente eterogenea spaziando dal progressive metal di Symphony X e Dream Theater per passare al metal classico di Blind Guardian e agli estremismi di Dark Tranquillity e Dimmu Borgir. Parcheggio l’auto fuori dall’Idroscalo giusto in tempo per sentire le sublimi note della leggendaria “Confortably Numb” dei Pink Floyd eseguita dagli Anathema dopodiché si varcano i cancelli e che la giornata abbia inizio. Senza rammarico alcuno mi perdo i DGM e i succitati Anathema, ma per nessuna ragione al mondo avrei potuto mancare all’esibizione degli statunitensi Symphony X. La band di Russell Allen è un mio pallino e il rivederli dal vivo dopo quattro anni mi ha dato quell’input in più per assistere ad un’edizione del Gods Of Metal altrimenti priva di molti spunti di interesse. Con tutti i brani scritti da loro per essere usati come opener, il gruppo sorprende tutti partendo con “Of Sins And Shadows” vale a dire il loro cavallo di battaglia utilizzato spesso e volentieri in chiusura dei loro show. Il sound è accettabile per essere un festival, anzi il sound è accettabile per essere il Gods Of Metal. Chi ha nelle orecchie i rumori sentiti lo scorso anno con gli Angra può testimoniare. Con un nuovo album in uscita, i Symphony X propongono uno show alternando pezzi nuovi (“Domination”, “Set This World On Fire” e “Serpent’s Kiss”) a brani storici del loro repertorio come “Sea Of Lies”, “Smoke And Mirrors”, “Inferno” e la commovente “Communion And The Oracle”. La performance della band è come al solito impeccabile anche se con qualche incertezza vocale di troppo da parte di Russell Allen. Per il resto, con soli 45 minuti a disposizione, non si può fare più di tanto; sale di molto l’attesa di vederli dal vivo il prossimo mese di ottobre a supporto dei Dream Theater. A causa di conferenze stampa e interviste singole, che vedrete pubblicate online nei prossimi giorni, mi perdo gli show di Dark Tranquillity e Dimmu Borgir. In mezzo ad un calendario di orari che non mi dava respiro, mi sono assicurato per bene di essere libero per le ore 17:30; vale a dire l’orario di inizio dell’esibizione dei tedeschi Blind Guardian. Deluso dal non aver trovato un biglietto per il loro concerto dello scorso autunno, mi apposto sotto il palco per assistere al loro show. L’intro “War Of Wrath” scalda gli animi dei bardi più invasati presenti al Gods che recitano persino le parti parlate della celeberrima introduzione all’ormai storico “Nightfall In Middle Earth”. Subito dopo la potente “Into The Storm” da il via allo spettacolo che sarà, purtroppo, parzialmente rovinato dal mixaggio non adeguato riguardante la voce di Hansi Kursch troppo spesso in secondo piano rispetto agli altri strumenti; inconveniente che va a sistamarsi col presieguo dell’esibizione. Pregevole la performance del simpaticissimo e disponibilissimo singer (nel backstage ha dispensato sorrisi e foto a chiuneque senza battere ciglio) che ha deciso di abbandonare alcune parti in scream per dare spazio ad inaspettate clean vocals. Sono rimasto invece leggermente deluso dal nuovo batterista Frederik Ehmke; buon batterista power, ma le improvvisazioni e il feeling dell’unico e indimenticabile drummer dei Blind Guardian (Thomas Stauch) saranno difficilmente rimpiazzabili. Per il resto abbiamo assistito alla solita coinvolgente performance aiutata anche da una setlist che ha privilegiato i brani storici della band lasciando spazio a nessuna sorpresa come accadde nel 2003 dove vennero eseguite canzoni spesso trascurate come “The Last Candle” e “Banish From Sanctuary”. Nell’esibizione odierna non è mancato nessun cavallo di battaglia del combo teutonico anche se il momento di maggior picco musicale si è avuto durante la riproposizione dell’epica “And Then There Was Silence”. Dopo aver cantato tutti insieme “The Bard’s Song” e esserci agitati su “Mirror Mirror”, i nostri si congedano per lasciare spazio al main event della serata.
SETLIST WAR OF WRATH + INTO THE STORM BORN IN A MOURNING HALL NIGHTFALL THE SCRIPT FOR MY REQUIEM FLY VALHALLA TIME STANDS STILL (AT THE IRON HILL) THIS WILL NEVER END AND THEN THERE WAS SILENCE IMAGINATIONS FROM THE OTHER SIDE THE BARD’S SONG (IN THE FOREST) MIRROR MIRROR
Era le sesta volta che vedevo I Dream Theater dal vivo e ciò nonostante il vero e unico motivo della mia presenza al Gods era dovuto alla loro esibizione. Va bene, Symphony X e Blind Guardian erano più che un piacevole antipasto, ma quando sullo stage compaiono Mike Portnoy, John Petrucci, James LaBrie, John Myung e Jordan Rudess il vostro writer perde il senso del tempo e dello spazio. Chi si aspettava un’esibizione incentrata sull’ultima fatica discografica della band rimarrà deluso: le note preregistrate di “Pull Me Under” danno il via ad uno show indimenticabile. Pronti, via e quasi mi metto a piangere; il suono è limpido e pulito come mai avevo sentito nel corso della giornata, infatti ogni strumento era perfettamente udibile senza difficoltà alcuna. Il pubblico si scatena cantando il famosissimo ritornello di un brano che all’epoca (nel 1992) era in airplay persino sull’indecente MTV. Finito il primo pezzo tocca a James LaBrie introdurre lo show spiegando che, siccome il nuovo disco era uscito solo due giorni prima e i fans non avevano tempo per impararlo, non verrà eseguito nessun brano dall’ultimo lavoro in studio. Quindi, dato che quindici anni orsono usciva un disco importante per la band e i loro fans, si assisterà alla performance intera del disco appena citato. Il che vuol dire “Images And Words” risuonato interamente dall’inizio alla fine! I fans esplodono consci del fatto che si sta assistendo ad un evento che difficilmente verrà riproposto in qualche altro concerto. La ballad “Another Day” commuove gli animi prima di dare spazio alla leggendaria “Take The Time” con il ritornello cantato in coro da tutti i presenti (almeno quelli che hanno i Dream Theater nel cuore). È con “Surrounded” che si tocca il punto più elevato dello show: la band, nota per le improvvisazioni in sede live, stravolge completamente l’intro del brano utilizzando tutti gli strumenti ed accantonando la parte tastiera/voce presente sul cd. Nel bel mezzo, inoltre, John Petrucci delizia i fans riproponendo l’assolo di “Mother” dei Pink Floyd, una delle tante muse ispiratrici del gruppo americano. “Metropolis” e “Under A Glass Moon” scorrono veloci come il vento prima di dare spazio a “Wait For Sleep” di Kevin Moore eseguita come da studio (senza l’uso di altri strumenti come avveniva nel 1992). Durante “Learning To Live” abbiamo un James LaBrie in stato di grazia in grado di toccare il celeberrimo F# facendo scatenare i fans in un interminabile applauso: il LaBrie disastroso del tour di Awake e Falling Into Infinity è ormai definitvamente recuperato. Finita la performance del disco dei dischi, ci si congeda con “Home” (bel brano per carità, ma il riproporlo troppe volte rischia di stancare anche i fans più accaniti) e la metallica “As I Am” che, se da studio non mi ha mai esaltato più di tanto, dal vivo risulta essere la classica killer track in grado di coinvolgere tutti i fans presenti. Dopo i dovuti saluti, Mike Portnoy da in anteprima la news di cinque concerti in Italia nel mese di ottobre. Una performance stellare, per una band stellare, per una setlist stellare, per un comportamento da parte del pubblico davvero indimenticabile. Ovviamente non mancheranno le critiche a questa scaletta perché se non ci fossero critiche, loro non sarebbero i Dream Theater. E via con le varie “sono talmente alla canna del gas che devono risuonare un loro vecchio album per suscitare interesse” oppure “che scandalo, nessuna canzone suonata dal nuovo disco, dov’è il rispetto per i fans che l’hanno comprato?” o se avessero suonato dei brani dal nuovo album ci sarebbe stato l’immancabile “troppi pezzi dal nuovo lavoro, avrebbero dovuto lasciare più spazio ai vecchi classici”. Bhè, cari i miei criticoni, lasciatemi che vi rida in faccia una volta per tutte; voi continuate pure a divertirvi in questo modo noi, i fans, il 3 giugno 2007 non lo dimenticheremo mai!
SETLIST PULL ME UNDER ANOTHER DAY TAKE THE TIME SURROUNDED METROPOLIS PART I UNDER A GLASS MOON WAIT FOR SLEEP LEARNING TO LIVE HOME AS I AM
Stanco dalla giornata ed esaltato dai miei idoli decido, neanche un po’ a malincuore, di perdere la performance dei Black Sabbath… ops Heaven & Hell.
Un Gods Of Metal ben riuscito grazie alle esibizioni convincenti delle band e del bel pubblico presente, ciò nonostante resta ancora un festival lontano anni luce come organizzazione dai vari festival in giro per l’Europa. 19 November Intervista a Luca TurilliNuovo album solista per il chitarrista dei Rhapsody e nuova band dove lo stesso si cimenta alle tastiere. Due dischi in uscita in poco più di un mese e uno sguardo alla situazione dei Rhapsody. Tutto questa nella piacevole chicchierata col simpaticissimo axeman triestino tenutosi in quel di Milano. Ciao Luca, anzitutto grazie per averci concesso l’opportunità di parlare con te. Ti devo confessare che è un’intervista particolare per me perché è stata organizzata proprio all’ultimo secondo. Talmente tardi che non ho nemmeno avuto l’occasione di sentire il tuo nuovo album. Parlamene un po’ tu allora, dimmi come è nato, a cosa ti sei ispirato e, soprattutto, perché hai sentito il bisogno di fare un disco solista. Guarda il bisogno è stato quello di finire la trilogia che avevo iniziato nel 1999. Prima o poi avrei dovuto portare a termine la saga che si chiude su questo nuovo disco “Infinite Wonders Of Creations”. È un album abbastanza particolare e, rispetto agli altri due, è ambientato nel presente. “King Of The Nordic Twilight” è ambientato nel passato, “Prophet Of The Last Eclispe” nel futuro e questo è ambientato nel presente perché per me non c’è storia migliore del parlare del mio amore per madre natura. Già il titolo parla di questo amore, ma non solo, ci sono anche riferimenti al cosmo, a madre terra e a tutti questi misteri particolari. Per questo l’album è anche diverso al livello di espressione artistica rispetto ai primi due. Argomento che tratti, marginalmente, anche nei Rhapsody Si, li però si deve seguire la storia della saga e questo argomento rientra solo ogni tanto perché è un tema caro anche ad Alex Staropoli. Nell’album solista invece parlo solo di quello. A livello musicale, ho deciso con gli altri membri di cambiare stile e di allontarmi da quello dei Rhapsody a differenza di quanto fatto col primo solo album. Volevo un lavoro diverso completamente dalla mia band principale, più originale. Suona più moderno a livello di testi, di concept grafico e di concept sonoro. Ho saputo che hai anche fatto un duetto tra Olaf Hayer ed una ragazza. Si, ma non è stata una cosa pianificata come lo sarà con i Dreamquest. Per loro mi sono ispirato a band come Nightwish e Within Temptation e li ho fatti capitanare da una ragazza. Per questo album è successo che Olaf Hayer è arrivato agli studi di registrazione senza più voce. Allora siamo andati avanti a lavarorare sul disco senza le linee vocali aspettando che si riprendesse, ma non c’è stato niente da fare; probabilmente era stato colpito da un virus. Era un bel problema! Immagina avere il cantante che non può cantare le canzoni più significative perché proprio non riusciva a raggiungere le note alte. Allora mi è venuta l’idea del duetto: ho chiamato Bridget Fogle che è una cantante americana di New York che aveva fatto anche i cori. Alla fine l’abbiamo registrata a due voci ed è andato tutto bene. La canzone inoltre è “Mother Nature” che è intesa ad essere la più rappresentativa dell’intero disco sotto l’aspetto dei testi. A livello musicale come è nato questo disco? Hai composto tu tutte le canzoni o ti sei fatto aiutare dagli altri membri della band? No no, ho fatto tutto io altrimenti non avrebbe senso mettere il nome “Luca Turilli”. Con l’album solista posso comporre qualcosa di diverso dalla mia band madre e voglio avere il privilegio di esprimermi da solo ed in modo diverso. Ora mi ritrovo con tre band ed è fantastico. Se un domani compongo una canzone che ha il sound dei Rhapsody posso proporla ad Alex Staropoli, se me ne esce una col sound moderno la tengo per i Dreamquest e così via. Non ti porta via troppo tempo avere tre band? Assolutamente no. Inoltre son dovuto stare fermo per tre anni a causa di problemi legali con la precedente Label che mi impediva di fare uscire un album a nome “Luca Turilli”, quindi ho avuto tutto il tempo che volevo. Poi ci sono anche i tempi morti quando sei in tour quindi l’ispirazione viene. A proposito di tour, hai intenzione di suonare dal vivo questo tuo nuovo disco? I Dreamquest sicuramente si perché sono stati creati per essere suonati dal vivo. Già sto componendo il secondo album per avere almeno una ventina di canzoni da portare sul palco per i festival estivi del prossimo anno. E i Rhapsody dal vivo? Purtroppo siamo stati vittima anche noi dell’incidente di Karl Logan, il chitarrista dei Manowar ed abbiamo dovuto spostare tutto il tour. Avremmo già dovuto essere in Italia headliner per la fine di quest’anno, invece saremo impegnati con i Manowar. Quindi in Italia arriveremo headliner verso la primavera del prossimo anno. Credo che il tour parta verso marzo 2007. A settembre uscirà il nuovo album, poi tour di supporto ai Manowar ed infine tour nostro primaverile fino ai festival estivi del prossimo anno. Ma il disco è già pronto? Si si, deve essere pronto, per il nostro livello di promozione, almeno tre o quattro mesi prima. Dacci qualche anteprima! Cosa ci dobbiamo aspettare? Uno stile orchestrale come nel secondo “Symphony Of Enchanted Lands”? Noi con i Rhapsody dobbiamo uniformare il nostro stile musicale a quello della saga e a ciò che dice in quel momento. Symphony 2 era un momento della saga molto descrittivo quindi ecco perché è così complesso e orchestrale. Ora c’è un momento più d’azione e ci sono canzoni più d’impatto, ma anche due o tre canzoni più “film score metal”. In Symphony 2 c’era solo una tipologia di canzone: c’era l’elemento sinfonico che si sposava con l’heavy metal. Qui invece abbiamo diviso in due l’album, ci sono brani heavy metal e altri più film score metal. Ce né per tutti i gusti, te l’assicuro. E dal vivo come farete? Non avete difficoltà con tutte queste orchestrazioni? Bhè, i Rhapsody sono nati con questa difficoltà intrinseca (ride, ndr) Hai mai pensato di cambiare un po’ genere per renderlo più riproponibile sul palco? No, anche perché dal vivo tendiamo a mettere quelle canzoni che suonano più metal. Parliamo ancora un attimo dei Dreamquest: come sarà la formazione? Tu suonerai anche le tastiere, giusto? Io suonerò solo le tastiere. Questo album non c’entra proprio niente con i Rhapsody e con “Luca Turilli”; non è nemmeno pensato per i fans più tradizionalisti. So già che molti ne rimarranno delusi. All’inizio non doveva neanche essere recensito da voi giornalisti metal a dir la verità. Alla fine il mio management ha pensato che potesse interessare anche ad alcuni fans heavy metal e ha messo in un’edizione limitata del mio solista un brano di questo progetto. Addirittura io non volevo neanche il mio nome su quel disco perché io suono solo le tastiere. Ora sto facendo il secondo disco e presenterò la band definitivamente col secondo. Voglio che la band del secondo album sia quella definitiva da portare poi dal vivo. Ma come scusa? Sul primo cd non c’è scritta la formazione nel libretto? C’è il nome del chitarrista Dominique Leurquin ma non quello della cantante perché voglio tenere un’alone di mistero su di lei e per il momento la chiamiamo Myst. Il bassista e il batterista saranno gli stessi del mio solo album: Sascha Paeth al basso e Robert Hunecke alla batteria. Parlando di formazioni, ho notato che sul tuo secondo album tu suoni solo le chitarre soliste. Come mai questa scelta? Stavo malissimo! Ero ricoverato per stress. Allora ho fatto sentire i demo a Robert Hunecke che si è offerto volontario a darmi una mano con le chitarre ritmiche. Ma lo sai che sei il primo giornalista che mi domanda questo tra un milione di interviste che avrò fatto? Nessuno lo aveva notato prima di te! Grazie Luca. Comunque eri tu a dare le direttive a Robert su cosa dovevi suonare? Si, io registro sempre prima l’album a livello demo. Facciamo così anche con i Rhapsody in modo che poi la produzione vada velocissima. Con i Rhapsody tu e Alex come lavorate? Mah dipende. Facciamo tutto insieme solitamente. Ci troviamo tutti e due a casa sua perché lui ha il computer, io con la chitarra e lui con la tastiera e si crea quello che ci viene in mente. Va così. E Fabio contribuisce? No, lui no. Anche se mi preme sottolineare un aspetto sulla lineup. A differenza di molte band che dopo dieci anni si sciolgono o hanno cambi di formazione, noi i problemi li abbiamo avuti all’inizio ed adesso abbiamo finalmente trovato la giusta line up e il giusto feeling tra di noi. Siamo più uniti come band e nel prossimo album ci sarà anche la prima composizione di Fabio Lione. Ci sarà un brano in italiano? Si, sicuramente. Perché non fare un disco tutto in italiano? Perché non avrebbe mercato, anche Joey DeMaio ce lo ha sconsigliato. Come lo hai conosciuto Joey DeMaio? È lui che ha contattato Alex Staropoli per il progetto Holy Hell per averlo come tastierista anche se poi non se ne è fatto niente. Da quel discorso si è passato al fatto che lui voleva aprire la sua label: la Magic Circle Music. Lui non conosceva la nostra musica, però ci ha contattato perché voleva partire con una band che avesse un certo livello di vendite. È venuto a Trieste a trovarci per conoscerci meglio e ci ha proposto il contratto che abbiamo firmato. All’inizio eravamo dubbiosi però ora posso dirti che stiamo veramente raccogliendo i frutti del suo lavoro: la collaborazione con Christopher Lee e il poter lavorare con l’orchestra di Brno ne sono solo un esempio. Anche nei festival suoniamo nella posizione che ci compete e non prima di certe band che vendono anche meno di noi. Con ingegneri del suono anche più competenti magari. Mi viene in mente la vostra infelice esibizione al Gods Of Metal 2001 Lasciamo perdere dai! È stata proprio una giornata infelice quella. Un festival tremendo, una disorganizzazione allucinante. Pensavamo partisse il sample di un brano ed invece ne partiva uno di un’altra canzone. In una band come i Rhapsody che lavora molto con i samples deve essere tutto organizzato a meraviglia. Ora con Joey è un piacere essere sul palco ed è per questo che non vediamo l’ora di suonare dal vivo in Italia con il nostro ingegnere del suono che ci permette di essere proprio a nostro agio on stage. Come è nata la vostra collaborazione con Christopher Lee? A me piace molto guardare i DVD con la lingua originale e ho scoperto la voce incredibile di Lee che già mi piaceva come personaggio: una voce possente e mastosa. Avevamo questo nuovo budget e ci siamo detti: perché non prendiamo lui per caratterizzare il nuovo album? Lo abbiamo chiesto a Joey ed eccoci accontentati anche perché lui aveva già lavorato con Orson Welles e quindi era nell’ambiente. Ha fatto ascoltare a Lee la parte più teatrale della nostra musica perché lui adora l’opera e ha accettato. Siamo andati a Londra a registrare le sue parti e continueremo a collaborare perché ormai è nata un’amicizia tra di noi: è il nostro nonnino ormai Hai intenzione di fare uscire anche un dvd magari più avanti? Nel 2007. Sarà un dvd di due ore e passa e penso uscirà in concomitanza col tour da headliner credo. Non sono sicuro. Abbiamo due dvd pronti da essere messi in commercio: uno relativo all’Earthshaker in Germania e l’altro proprio relativo al Live In Canada con spezzoni dal tour degli Stati Uniti con tanto di immagini dal backstage. Cos’è cambiato sul palco dalla tourneè con gli Stratovarius ai giorni nostri? Niente, l’unica differenza è che abbiamo il nostro ingegnere del suono che ci conosce alla perfezione e ciò non è poco. È davvero un piacere essere sul palco. Per il resto suono allo stesso livello dei primi concerti, anzi suonavo meglio allora perché sono tanti anni che non faccio pratica con la chitarra. A noi dicono “siete migliorati dal vivo”, ma questo non è vero. La risposta giusta è: “finalmente ci sentiamo sul palco!”. Tutto funziona alla perfezione. Il tour di supporto agli Strato è stata delusione tremenda; sarebbe stato molto meglio se non avessimo fatto quel tour. Avevamo una persona che si occupava del nostro sound che non conosceva le canzoni, non c’era proprio feeling con questa persona. A Parigi il volume del mixer del batterista era zero, non avevamo i quattro quarti per partire, i samples son partiti e noi eravamo lì fermi. Pensa che una volta mi sono arrabbiato talmente tanto che ho sfondato una porta del camerino. Sei ancora in contatto con gli altri membri dei Rhapsody? Con Daniele Carbonera si, con Alessandro Liotta no. Magari lo incrocio e lo saluto ma niente di più. Con Daniele Carbonera è diverso, magari ci troviamo anche una sera a mangiarci una pizza assieme. Ma non suona più? Ha smesso, ora va in giro per il mondo con la sua ditta finlandese che si occupa di costruire motori di barche. Avete più mercato in Italia o in Europa? Ti dico l’ordine, per quello che ne so: Germania, Italia, Spagna, Scandinavia e dopo Giappone perché là il mercato sta cadendo. Anche il Canada, non te l’ho detta prima perché è una cosa nuova. Noi non avevamo pianificato di fare un cd live, però quando abbiamo visto 2500 persone che erano là per noi siamo rimasti senza parole e abbiamo dedicato a loro il live cd. Luca toglimi una curiosità: sui booklet che vanno da “Dawn Of Victory” a “Power Of The Dragonflame” c’è scritto tra le note “drums played by: Thunderforce”. Ma chi è questo Thunderforce? Thunderforce all’inizio era Robert Hunecke. Molti dicevano che era una batteria elettronica perché nei primi due c’era la drum machine ma non era così. Quindi Daniele Carbonera non suona nei primi due dischi? No, la batteria però era programmata in base a quello che suonava lui. Infatti se ne è andato anche perché non era adatto per suonare a quel livello. Quando ci siamo separati da lui è stato il momento più brutto della storia della band. Ma scusa, come mai c’è Alex Holzwarth nei crediti se poi suona Robert Hunecke? Perché avevamo già registrato il disco e gli avevamo promesso che sarebbe stato il nuovo membro della band, quindi lo abbiamo inserito. E come mai non Robert nei Rhapsody? Perché era parte del mio gruppo solista, volevo tenere ben distinte le due cose. Vieni al Gods Of Metal questo weekend (l’intervista si è tenuta il 30 maggio, ndr)? No, torno a casa a Trieste adesso. Te lo chiedo perché c’è Joey DeMaio che farà un annuncio speciale e siccome voi siete legati a lui… Non ti anticipo nulla, ma l’annuncio potrebbe riguardare anche i Rhapsody. Non ti posso dire di più! Potrebbe riguardarci! Che musica ascolti in questo periodo? Mah.. non so. In generale io ascolto da Caterina Caselli ai Rammstein. Ascolto di tutto. Ultimamente i Nightwish sono il mio punto di riferimento. Ascolto anche le colonne sonore, tipo quella di Matrix. Le domande così a bruciapelo mi colgono sempre impreparato perché ho paura di dimenticarmi qualche band. Ti faccio un’ultima domanda: quando ti sei avvicinato al metal, chi ti ha colpito maggiormente? Mi hanno colpito tutte quelle band che mettevano la melodia all’interno del metal. I due Keeper degli Helloween, Trilogy di Malmsteen. Poi ho scoperto tutto il resto. In generale tutte quelle band melodiche che ora vengono anche definite “pop metal”. Se devo farti una sintesi: Manowar, Helloween, Blind Guardian. OK Luca, grazie mille! Speriamo di vederci in tour il più presto possibile! Sicuramente! Grazie a voi. 16 August Ciao DanielIn bocca al lupo per il tuo futuro a Ingolstadt, fenomeno!
Noi a Milano non ti dimenticheremo mai!
Grazie per averci regalato tanti successi (due scudetti, due coppe Italia e un quarto posto in Continental Cup) e grazie per averci illuminato con le tue magie ogni volta che mettevi i pattini sul ghiaccio.
QUANTO È FORTE TKACZUK!!!!
QUANTO È FORTE TKACZUK!!!! 16 Juli Bon Jovi live da Berna (Svizzera)Prima di inziare la recensione di questo concerto/avventura devo fare una premessa. Lo so che è una premessa solamente personale e che a tutti voi non importerà niente, ma sento il dovere di farla anche per far capire ai lettori che il mio commento all’esibizione live della band è il più oggettivo possibile. Ho conosciuto i Bon Jovi nel dicembre 1994, all’età di dieci anni e mezzo, e rimasi letteralmente folgorato dalla melodia e dalla potenza che sprigionavano le canzoni della band del New Jersey. Col passare del tempo, ovviamente, non li persi mai di vista e continuai a supportarli anche quando diventarono una band per ragazzine in calore che passava su MTV (periodo di “It’s My Life”). Nonostante questo mio “fanatismo” non ebbi mai la fortuna di vederli dal vivo. Nel 1995 ero troppo piccolo e non ebbi nemmeno il coraggio di chiedere a mio padre di portarmi all’allora FilaForum a vedere un concerto rock (la risposta era scontata), nel 2001 a Padova non avevo l’auto e quindi niente viaggio, nel 2003 all’Heineken avevo gli esami scolastici e anche lì la situazione era nera. Anno 2006: finalmente niente e nessuno potrà impedire il realizzarsi del mio sogno. Poco importa se la band boicatta la nostra bella penisola, la mia passione verso di loro mi spinge ad andare fino a Berna pur di vederli all’opera. Evidentemente il fato mi è avverso e, la mattina del 31 maggio (giorno del concerto), un masso frana sull’autostrada A2 svizzera e ne causa la chiusura del San Gottardo. Presi dal panico, io e i miei compagni di viaggio (nientemeno che mio padre e mio cugino) studiamo una strada alternativa che ci porterà ad allungare la nostra via di ben cento chilometri. Arriviamo a Berna alle 19:00 e il tempo è spaventoso: grandina! Per fortuna si placa subito e la serata sarà si fresca (8 gradi circa) ma baciata dal sole. Scesi dall’auto sentiamo le note dei Nickelback che ripropongono nientemeno che il riff di “Seek & Destroy” dei Metallica. Entro nel bel stadio svizzero e noto subito che, a differenza dell’Italia, la sicurezza e l’educazione stanno su un altro pianeta. Lo steward mi perquisisce completamente lo zaino (cosa che in Italia non accade mai) e ogni persona si guarda il concerto senza disturbare il vicino spingendolo come avviene invece da noi. Parliamo di musica: purtroppo quando entro nello stadio i Nickelback suonano “How You Remind Me” che sarà anche l’ultimo brano nella loro setlist durata all’incirca un’ora. Buon per me perché quello era l’unico brano che conoscevo di loro, peccato però essermeli persi dato che mi sembravano ben affiatati sul palco e con tanta voglia di suonare e di mettersi in mostra. Alle 19:45 in punto, quando il cielo è ancora limpido, inizia il concerto da me atteso per oltre dieci anni. Eccoli finalmente on stage! Tico dietro le pelli, Richie alla chitarra (visibilmente ingrassato), David alle tastiere e poi il mitico Jon che entra vestito con la divisa americana da una della rampe del palco. A coadiuvare la band ci sarà il solito Huey McDonald al basso, Bobby Bandiera alla chitarra (che oltre al riff di “I Wanna Be Loved” si è limitato a fare la sezione ritmica) e un altro tastierista di cui ignoro il nome. Partenza affidata a “Last Man Standing” e subito noto che l’audio è tutt’altro che buono perché i suoni erano scandalosamente bassi tanto che si riusciva a parlare col proprio vicino senza dover alzare la voce. La band appare in splendida forma; la sezione ritmica crea il giusto appoggio agli assoli di Richie Sambora e David Bryan riesce a farsi finalmente notare dopo la performance opaca di Have A Nice Day (produzione scandalosa a dir poco che penalizza il suono delle sue tastiere). Dopo l’opener è il momento di fare esplodere lo stadio con l’inno “You Give Love A Bad Name” per poi passare ad uno dei brani più sottovalutati della carriera dei Bon Jovi vale a dire “Captain Crash & The Beauty Queen From Mars” (perché “Crush” ha anche dei pezzi belli… non dimentichiamocelo). Jon appare in forma ed in grado di cantare bene e le malelingue sulla sue voce sembrano rivelarsi solo tali. Purtroppo, ahimè, non sarà così e dico questo con il cuore spezzato e da fan deluso. L’esibizione vocale di Jon è stata ampiamente insufficiente nella prima parte del concerto per poi riprendersi nel finale alla grande. Infatti i prossimi brani della scaletta verranno letteralmente riarrangiati da Jon in maniera tale che siano ancora cantabile dal biondo singer. Le varie “I’d Die For You”, “Born To Be My Baby”, “Wild In The Streets” e “Runaway” sono solo lontane parenti delle canzoni ricche di energia e melodia dei tempi che furono. Davvero un peccato perché basta l’inizio della recente “Everyday” per far vedere ai fans un Jon in splendida forma e a suo agio. Tra un pezzo nuovo ed uno vecchio si arriva al momento dove il pubblico tributa la maggiore ovazione al gruppo americano, vale a dire l’esecuzione di “It’s My Life”. Tutto lo stadio canta e io vengo colpito da sdegno e rabbia: lo stesso stadio che ha assistito in silenzio a brani immortali e storici all’improvviso esplode per una canzonetta che altro non è che la brutta copia di “Living On A Prayer”. Sono questi i fans che si trova oggi la band del New Jersey? Come tradizione recente, il cantante decide di prendersi un attimo di pausa ed ecco che Richie Sambora si cimenta dietro al microfono nel riproporre la bellissima ballad “I’ll Be There For You”; subito noto che anche per Richie il tempo è passato e la sua voce chiara e pulita è diventata roca e sporca, discorso diverso per David Bryan che fa il Richie della situazione aiutandolo alla perfezione nei cori. Dopo questo pezzo il concerto si avvia alla conclusione con un Jon che rientra caricato al massimo e ci regala delle performance da urlo nella recente “Complicated” e l’adrenalinica “Bad Medicine” con tanto di “Shout”: questi sono i veri Bon Jovi, se si chiudavano gli occhi si poteva immaginare di essere ritornati indietro di vent’anni e di avere sul palco gli stessi ragazzini di allora, grintosi come solo loro erano capaci di essere. La chiusura dell’evento è da urlo con due brani simbolo della band che al pubblico svizzero sembrano non fare né caldo né freddo: “Raise Your Hands” e “Living On A Prayer”. Spazio ai bis dove Jon si presenta con una sciarpa di lana al collo causa la temperatura veramente bassa della città elevetica. “The Radio Saved My Life Tonight” ovviamente non è consociuta da nessuno (ci mancherebbe che il pubbblico che non conosce brani di Slippery When Wet si metta a cantare un outtake!). A seguire è il turno dell’immortale “Wanted Dead Or Alive” con Jon che chiede al pubblico di cantare la prima strofa al suo posto: in Italia ciò avrebbe fatto tremare i muri di un palazzetto o le tribune di uno stadio, in Svizzera crea la più totale indifferenza e l’unica voce che si sente è la mia (con buona pace dei miei vicini che mi guardavano come se fossi stato posseduto dal diavolo). Il cappello da cowboy non si molla e via al mid-tempo di “Someday I’ll Be Saturday Night” per poi chiudere il concerto con l’energica “Keep The Faith”. Sono le 22:10 e il concerto dovrebbe terminare alle 22:30 ma la band decide di interrompere prima la performance privandoci, molto probabilmente, dell’epica “Dry County” e della toccante “These Days” (brani eseguiti nella maggior parte delle date europee come secondo encore). Io esco dallo stadio con un po’ di amaro in bocca per la prima parte del concerto anche se il resto della performance ha fatto si che i soldi siano stati spesi bene per questa mega trasferta. Gli anni d’oro sono passati anche per loro (per Jon soprattutto) e non posso pretendere la perfezione on stage; spero di rivederli nuovamente… magari non a trecento e passa chilometri di distanza. Cari Bon Jovi, di fans in Italia ne avete parecchi… provate a venire da noi e vedrete l’accoglienza che vi riserviremo! Setlist LAST MAN STANDING YOU GIVE LOVE A BAD NAME CAPTAIN CRASH & THE BEAUTY QUEEN FROM MARS I'D DIE FOR YOU BORN TO BE MY BABY STORY OF MY LIFE WILD IN THE STREETS EVERYDAY RUNAWAY I'LL SLEEP WHEN I'M DEAD I WANT TO BE LOVED IN THESE AMRS HAVE A NICE DAY WHO SAYS YOU CAN'T GO HOME IT'S MY LIFE I'LL BE THERE FOR YOU (Richie Sambora alla voce) COMPLICATED BAD MEDICINE (con SHOUT) RAISE YOUR HANDS LIVING ON A PRAYER ---------------------- THE RADIO SAVED MY LIFE TONIGHT WANTED DEAD OR ALIVE SOMEDAY I'LL BE SATURDAY NIGHT KEEP THE FAITH 14 Dezember I Danger Danger infuocano le platee inglesiDANGER DANGER - LIVE & NUDE
Finalmente è uscito! Potrò sembrare esagerato, ma attendevo con molta bramosia il primo vero disco dal vivo dei Danger Danger. La band di New York nasce a cavallo degli anni 90, nel periodo più florido dell’hard rock melodico. Il periodo dove gruppi come Kiss, Warrant, Poison, Bon Jovi, Europe e via dicendo, facevano a gara a regalarci dischi uno più bello dell’altro. I 2D diedero il loro contributo alla causa incidendo due capolavori dal nome di “Danger Danger” (debut album molto “tastieroso” e raffinato) e “Screw It!” (più festaiolo e rockeggiante). Nel 1994 la band aveva già pronto da pubblicare il terzo cd (“Cockroach”) che la Epic records rifiuta perché la piaga musicale era esplosa (la scena grunge ovviamente) e i Danger Danger si ritorvarono senza contratto e con un disco pronto inutilmente. Ted Poley (cantante dotato di un timbro personale che diede il suo contributo fino a “Cockroach”) lasciò la band di fronte ai ricatti del music business e continuò una onesta carriera musicale mai baciata da troppo successo (anche se i Melodica furono autori di buoni dischi come “Love Metal”). Stessa sorte toccò al talentuoso chitarrista Andy Timmons che intraprese una carriera solista da “guitar hero”. Alla voce arrivò Paul Laine con il quale si inciderà l’orrendo “Dawn”, album dalle sonorità grunge con un songwriting scarso ed incoerente. Dopo il ritorno all’hard rock con “4 The Hard Way” e “The Return Of The Great Gildersleeves”, la MTM Records pubblica anche “Cockroach” e lo fa in versione doppia: il primo cd con Ted Poley alla voce (registrato nel 1994) e il secondo reinciso nel 2001 con Paul Laine dietro al microfono. Ma veniamo ad analizzare il live in questione dal titolo “Live & Nude”. Il cd è stato registrato nel Regno Unito nel corso del 2003 e vede la sezione ritmica storica della band (Steve West alla batteria e Bruno Ravel al basso, autori di tutte le canzoni del combo tra l’altro) coadiuvati da Rob Marcello alla chitarra e Paul Laine alla voce. La produzione è potente e raffinata al punto giusto anche se c’è una leggera sterzata verso un sound più moderno e meno AOR degli esordi (vuoi anche per la presenza dei suoni di tastiera campionati). La setlist ripercorre molti dei brani più belli del gruppo: le festaiole “Bang Bang”, “Good Time”, “Monkey Business”, passando alle melodiche “Beat The Bullet”, “Under The Gun”, “Dead Drunk And Wasted”, fino alle stupende ballate “I Still Think About You” , “Don’t Walk Away” e “Don’t Break My Heart Again”. Dopo il tour del 2003, la band annuncia la reunion con Ted Poley quindi questo album può essere visto un testamento live del tempo che fu. Un disco dal vivo veramente all’altezza che mancava nella discografia dei Danger Danger e farà la gioia di tutti i fans incalliti della band. Ciò nonostante mi sento di consigliarlo anche a chi non conosce il gruppo, essendo la scaletta una specie di greatest hits e, siccome il disco lo si può acquistare solo dal sito ufficiale, già che ci siete… non lasciatevi sfuggire i primi due album del gruppo americano. Una band che ogni hard rocker che si rispetti ha l’obbligo di conoscere! Le zucche si proclamano re della musica per i prossimi 1000 anniHELLOWEEN - KEEPER OF THE SEVEN KEYS - THE LEGACY
Descrivere in una semplice recensione l’intera carriera degli Helloween è un’impresa praticamente impossibile. Ciò nonostante ritengo che, per parlare correttamente del nuovo album di una band, si debba almeno tracciare le tappe fondamentali della vita del gruppo in questione. Le “zucche di Amburgo” conobbero il massimo splendore artistico negli anni 1987-1988 quando pubblicarono i due capitoli denominati “Keeper Of The Seven Keys”. Oltre alla qualità artistica degli album in questione, è obbligo ricordare come essi rappresentarono di fatto la nascita di un nuovo genere musicale: il power metal melodico di stampo europeo. Proprio quel power che verrà riesumato nel corso degli anni novanta, proprio quel power con tanti ritornelli orecchiabilissimi, tempo in doppia cassa (il povero Ingo Schwichtenberg non sarà mai dimenticato) e voce limpida e acuta (all’epoca il cantante era Michael Kiske). Dopo il successo ottenuto, vari dissidi interni sfaldarono la band che vide numerosi cambi di line-up e una carriera fatta di alti e bassi. Nel 2003 il gruppo sforna “Rabbit Don’t Come Easy” che non convince appieno; si decide allora che era giunto il momento di una svolta. Ecco quindi la scelta di intitolare il nuovo album con lo stesso nome che li ha resi celebri al mondo intero: “Keeper Of The Seven Keys – The Legacy”. Al lavoro, oltre ai membri originali (Weikath alla chitarra e Grosskopf al basso), abbiamo Andi Deris alla voce (nella band dal 1994), Sascha Gerstner alla chitarra (novellino entrato nel 2003) e Dani Loble alla batteria che fa il suo debutto nella band tedesca. “Keeper Of The Seven Keys – The Legacy” è un disco degli Helloween: lo stile è quello che li ha resi celebri, il drumming forsennato e tecnico è sempre quello e gli assoli di chitarra arrivano sempre al punto giusto. Ci sono però delle novità da prendere in considerazione: anzitutto l’uso massiccio dei cori (in particolare sulla lunga “King For A 1000 Years”) e delle tastiere a creare la giusta atmosfera a supporto di brani con arrangiamenti più ricercati e complessi. La qualità delle canzoni si assesta su valori elevati nella sua eterogeneità: da segnalare le lunghe “King For A 1000 Years” e “Occasion Avenue”, la simpatica “Mrs. God”, le allegre “Get It Up” e “My Life For One More Day” e l’esperimento di “Light The Universe” con Candice Night a duettare con Andi Deris. Nel complesso un disco tutt’altro che facile all’ascolto, con canzoni molto intricate e con tanti cambi di tempo. Se si vuole dare più di una chance a questo disco, si scopre in realtà una gemma preziosa in un genere che ormai ha ben poco da dire. Quando tornano i maestri bisognerebbe avere l’accortezza di ascoltarli con il dovuto rispetto. Keeper Of The Seven Keys è la rinascita definitiva delle zucche che farà felice chi in loro ha sempre creduto e che deluderà chi voleva un disco con solo “Eagle Fly Free” dall’inizio alla fine. Quei tempo ormai sono il passato remoto della band, ora lo stile è questo e, l’unica cosa da fare, è accettarlo. Un ritorno col botto dopo due anni di oblio: era ora Helloween, era ora! |
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